L’educazione sessuale e affettiva a scuola, ma di che “Gender” si parla?

La parola alla psicologa: “Questa teoria non esiste”

| di Alessandra Renzetti
| Categoria: Interviste
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La Teoria Gender torna ad essere al centro di un lungo dibattito culturale e politico in Italia oltre che una tra le cause indicate della trasformazione dei tradizionali concetti di genere; strumentalizzazione e confusione, spesso, non favoriscono un sereno confronto, soprattutto se il dibattito include anche un mondo delicato come quello della scuola.

È giusto considerare, per esempio, la Teoria Gender come oggetto di insegnamento nelle scuole? Per saperne di più è sembrato opportuno contattare un esperto del settore che ha spiegato chiaramente che

“non può esistere un insegnamento di questa teoria nelle scuole in quanto il costrutto stesso di  Gender non ha un significato, scientificamente parlando”.

Relativamente a questo argomento, si ricorda che la settimana scorsa la Regione, in Commissione Sanità, ha bocciato l'insegnamento della Teoria Gender nelle scuole abruzzesi.

Secondo la Dottoressa di Pescara, Giorgia Liberatoscioli Psicologa specializzata in indirizzo Clinico e di Comunità e Psicoterapeuta Gestalt Analitica Individuale e di Gruppo, l'espressione “teoria di genere”, è la traduzione dall'inglese di “gender theory”, utilizzata dagli studiosi che si occupano degli “studi di genere”, studi di matrice femminista, sui ruoli socialmente e culturalmente attribuiti all'uno o all'altro sesso; l'accezione inglese del termine theory è molto più ampia di quella italiana e sta ad indicare semplicemente “un insieme di nozioni”.

Teoria Gender, questo è il nome utilizzato dal mondo cattolico (in particolar modo da una sua frangia più estremista e conservatrice) o dalla destra più reazionaria in modo fazioso ed impreciso (omissioni, accostamento di concetti che provengono da ambiti diversi).

“Quelle che esistono e che sono in discussione – spiega la Dottoressa – sono, invece, le linee guida dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) rispetto all'educazione sessuale nelle scuole, che stabiliscono degli Standard per l'educazione sessuale in Europa e si rivolgono ai responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, e specialisti”.

Queste linee guida (clicca qui per scaricare le linee guida dell'OMS in formato PDF) sono state pubblicate nel 2010 in Germania dal Centro Generale per L'Educazione alla Salute (BZgA), e promosse e finanziate in Italia dalla Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica (FISS).

Nel documento, dopo aver dato una definizione dei concetti di sessualità, salute ed educazione sessuale, si passa a fare delle considerazioni relative all'utilità dell'educazione sessuale e dunque si prende in considerazione lo sviluppo psicosessuale nell'infanzia e nell'adolescenza; vengono, poi, esposti gli effetti positivi dell'educazione sessuale risultanti da ricerche scientifiche.

È possibile parlare ai bambini di omosessualità? Certo che sì – risponde l’esperta - a patto che si usino gli strumenti adatti al loro livello di sviluppo intellettivo e psico-affettivo oltre che un linguaggio per loro comprensibile. Come sottolineato nel documento stilato dall'OMS infatti, la sessualità è una componente fondamentale dell'essere umano che non può essere ignorata e l'accesso all'educazione sessuale rientra nel diritto all'informazione”.

È importante dunque che il bambino impari prima possibile a dare un nome alla realtà che lo circonda, a conoscerla e non a stigmatizzarla.

“L'omosessualità - prosegue la Liberatoscioli - in quanto alternativa normale e non patologica all'eterosessualità, è catalogata come diversità o come negativo solo in un contesto che assume l'eterosessualità come unico orientamento sessuale valido, sano e positivo.

Un bambino non sceglie di essere uomo o etero-sessuale, come non sceglie di sentirsi maschio o femmina; quello che accade invece è che impari a reprimere le proprie sensazioni, emozioni, pensieri, comportamenti per paura di essere sbagliato o giudicato (e perfino aggredito) da quelli che lo considerano tale rispetto ad uno standard di correttezza appreso”.

Quando un bambino vive in un contesto che etichetta come negativa la scelta di una persona dello stesso sesso come oggetto d'amore o che non considera la possibilità di non riconoscersi nella propria identità biologica (o che imprigiona maschi e femmine in ruoli e caratteristiche prestabilite ed imposte dalla cultura d'appartenenza) impara che c'è un solo modo valido di essere e di vivere e che ogni diversità è qualcosa di sbagliato e da avversare.

“La paura della confusione nasce a mio avviso dall'idea che il piccolo debba porsi la questione della scelta: se lasciamo un bambino quanto più possibile libero da preconcetti, pregiudizi ed etichette, ci accorgeremo che non sarà turbato dall'esistenza di realtà diverse da quella che vive, anzi, non dovrà fare la fatica di integrare una diversità considerata spaventosa (qualcosa che crea paura); egli considererà la diversità come un dato scontato”- spiega la psicologa.

“Al contrario - prosegue -  il rischio di non dare queste informazioni e di glissare su quest'aspetto dell'educazione è quello di obbligare, il bambino prima e l'adolescente poi, ad orientarsi da solo nel mare di informazioni disponibili e non sempre corrette aprendo così la strada ad un percorso spesso scorretto e confuso”.

Scuola e famiglia, come principali contesti di riferimento della persona durante lo sviluppo, hanno quindi il compito (ed il dovere) di contribuire entrambe alla sua formazione, anche attraverso l'educazione sessuale ed affettiva (declinata in tutti i suoi aspetti fondamentali), in modo da garantire, quanto più possibile, un suo sviluppo sano, sereno, equilibrato, felice.

Alessandra Renzetti

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